La terza età porta con sé cambiamenti che nessuno ci ha insegnato ad attraversare: il lavoro che finisce, il corpo che chiede attenzioni nuove, le persone care che se ne vanno. Sono cose di cui vale la pena parlare, e chi ha una vita intera alle spalle ha molto da dire.

Da oltre trent'anni accompagno persone in tutte le fasi della vita, dalla giovinezza alla terza età. È una parte del mio lavoro a cui tengo molto, e che trovo tra le più ricche: chi arriva in studio dopo una vita intera porta una storia lunga, e nessuna storia somiglia a un'altra.
La vecchiaia viene raccontata spesso come una fase da gestire, quasi un problema di assistenza. Nella stanza di terapia è tutt'altro: è un tempo in cui si fanno i conti con quello che si è stato, si sciolgono nodi rimasti stretti per decenni, si trova un modo diverso di stare con le persone che restano.
Il lavoro è lo stesso che faccio con chiunque altro: ascolto, tempo, nessun giudizio. Cambia solo ciò di cui parliamo.
Il pensionamento toglie una struttura alle giornate e, spesso, un pezzo di identità. Non è raro sentirsi inutili proprio quando finalmente si avrebbe tempo.
Il coniuge, i fratelli, gli amici. Dopo una certa età i lutti arrivano ravvicinati, e non sempre c'è qualcuno con cui elaborarli.
I figli lontani, la rete di amicizie che si assottiglia, una casa diventata troppo silenziosa.
La malattia, la perdita di autonomia, il dover chiedere aiuto per cose che si sono sempre fatte da soli. È una ferita all'immagine di sé.
Ansia e depressione nella terza età vengono spesso scambiate per normale stanchezza dell'età. Non lo sono, e si possono curare.
Diventare genitori di adulti, a volte dipendere da loro, ritrovare un equilibrio quando i ruoli si invertono.
Se c'è una preoccupazione per la memoria o per un cambiamento cognitivo, il primo passo è una valutazione medica specialistica. Il mio lavoro non è la diagnosi neuropsicologica, ma il sostegno alla persona e alla famiglia nell'attraversare ciò che quel cambiamento comporta.
Capita spesso che a scrivermi o telefonarmi sia un figlio o una figlia adulta, preoccupata per un genitore che si è chiuso, che non esce più, che dopo un lutto non è più tornato quello di prima.
È una richiesta legittima e la accolgo volentieri. C'è però una cosa che dico subito: la terapia funziona se a volerla è la persona che la fa. Quello che possiamo costruire insieme è il modo di proporgliela, e a volte un primo colloquio che serva a lui o a lei per capire di che si tratta, senza impegno.
In altri casi la persona da sostenere è proprio chi assiste. Occuparsi ogni giorno di un genitore fragile logora, genera stanchezza e sensi di colpa che è difficile confessare a qualcuno. Anche quello è uno spazio che si può aprire.

Ricevo nel mio studio privato in Via San Massimo 45, in Torino centro, a una decina di minuti a piedi dalla stazione di Porta Nuova. Gli incontri sono individuali e durano circa cinquanta minuti.
Quando gli spostamenti sono faticosi, o quando il tempo e la distanza li rendono complicati, gli incontri si possono fare in videochiamata. Per molte persone è la soluzione che rende il percorso possibile: se il collegamento è un ostacolo, spesso è un figlio o un nipote a dare una mano le prime volte.
Lo studio è al piano terra ed è accessibile anche a chi ha difficoltà motorie: non ci sono scale da fare e non serve l'ascensore. Se hai dubbi su quale delle due modalità sia più adatta, scrivimi o telefonami: ne parliamo prima di fissare qualsiasi cosa.
Ogni percorso viene costruito a partire dalla singola persona e dalla sua storia.
Per te o per un tuo genitore, il primo passo è una telefonata. Rispondo personalmente.