Molte persone arrivano alla parola autismo da adulte, dopo anni passati a sentirsi fuori posto senza saperne il motivo. Che tu abbia una diagnosi, un sospetto o soltanto la sensazione di funzionare in un modo diverso dagli altri, qui c'è uno spazio per parlarne.

Lavoro da anni con adulti, ragazzi e donne nello spettro autistico — quello che viene ancora chiamato autismo ad alto funzionamento, e che per anni è stato diagnosticato come sindrome di Asperger. Non è un lavoro di correzione: non c'è niente da raddrizzare. È un lavoro di conoscenza, per capire come funzioni e smettere di considerare un difetto ciò che è semplicemente un altro modo di stare al mondo.
La fatica, quando c'è, nasce quasi sempre dall'attrito con un ambiente costruito per altri. Sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni. È lì che la terapia può fare la differenza: non rendendoti più simile agli altri, ma dandoti strumenti per farti capire e per proteggere le tue energie.
Ricevere una diagnosi a trenta, quaranta o cinquant'anni rimette in discussione tutta la storia passata. È un sollievo e uno spaesamento insieme.
Anni passati a imitare comportamenti che agli altri vengono naturali. Funziona, e costa moltissimo: spesso arriva un esaurimento che nessuno sa spiegare.
Ambienti rumorosi, riunioni, regole sociali implicite, colloqui costruiti su codici che non ti appartengono.
Amicizie, coppia, intimità: desiderarle e trovarle faticose non sono cose in contraddizione.
Ansia, depressione e disturbi ossessivi accompagnano spesso la neurodivergenza, e vanno curati per quello che sono.
Suoni, luci, tessuti, folla. Ciò che gli altri non notano può rendere una giornata impraticabile.
Tra le persone che seguo, le donne e le ragazze nello spettro sono molte meno degli uomini. Non perché siano meno numerose nella realtà, ma perché vengono riconosciute molto più di rado.
I criteri diagnostici sono stati costruiti in gran parte osservando bambini maschi, e nelle bambine e nelle ragazze l'autismo si presenta spesso in una forma meno riconoscibile: interessi intensi ma socialmente accettabili, una capacità di imitazione più sviluppata, un adattamento che agli occhi degli altri funziona benissimo e a chi lo mette in atto costa moltissimo.
Così molte arrivano all'età adulta con altre etichette addosso — ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, a volte un disturbo di personalità — oppure senza nessuna etichetta e con la sensazione, da sempre, di dover lavorare il doppio per stare in situazioni che agli altri sembrano semplici.
Il sospetto arriva spesso per vie traverse: dopo la diagnosi di un figlio, leggendo il racconto di un'altra donna, o semplicemente mettendo in fila trent'anni di stanchezza inspiegata. Quando succede, insieme al sollievo arriva quasi sempre una rabbia legittima: perché nessuno se n'è accorto prima.
Lavoro su questo terreno con donne adulte e con ragazze adolescenti nell'autismo ad alto funzionamento, che una diagnosi ci sia o non ci sia. Spesso la parte più utile del percorso non è ottenere un'etichetta, ma smettere di considerare un difetto di carattere quello che è semplicemente un altro modo di funzionare.
Voglio essere chiara su un punto, perché ti eviti un contatto inutile: non effettuo valutazioni diagnostiche né rilascio certificazioni per lo spettro autistico. Se quello che cerchi è una diagnosi formale, il posto giusto è un servizio o un centro specializzato.
Quello che offro è il dopo, e spesso anche il prima: il lavoro psicoterapeutico con la persona, che una diagnosi ci sia o non ci sia. Molte persone che seguo non hanno mai fatto una valutazione formale e non sentono il bisogno di farla. Altre ci arrivano dopo avere capito qualcosa di sé qui dentro.
Sulle parole: chi si è sentito dire sindrome di Asperger anni fa continua legittimamente a usare quel termine, anche se oggi la diagnosi ufficiale è confluita nei disturbi dello spettro autistico. Uso il termine che usi tu. Non è un dettaglio burocratico: è la parola con cui racconti te stesso.

Accanto a una persona adulta nello spettro c'è quasi sempre qualcuno che vorrebbe capire meglio: un partner, un genitore, un fratello, un figlio. Capita che siano loro a contattarmi per primi.
La mia seconda formazione è quella di terapeuta familiare sistemica, e in questi casi è la parte di me che lavora di più. Molti conflitti domestici non nascono da cattiva volontà ma da due modi diversi di comunicare che si scontrano senza che nessuno dei due se ne accorga. Quando quel meccanismo diventa visibile, spesso si allenta da solo.
Il lavoro resta individuale, ma tenere presente il contesto familiare fa parte del modo in cui conduco il percorso.
Ogni percorso viene costruito a partire dalla singola persona.
Un primo colloquio serve a capire se possiamo lavorare bene insieme. Senza impegno e senza test.